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Per molti (vignerons, of course), il suo nome equivale a una garanzia di sicuro successo.
Non ha bisogno di presentazioni Riccardo Cotarella, almeno per i filo-gastronomi. Annoverato tra i più importanti enologi e winemaker italiani e, dunque, internazionali, il prof. Cotarella, Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal 2008, sta arrivando a Villa Matilde per celebrare con le Condotte Slow Food Massico e Roccamonfina, Napoli e Campi Flegrei una serata dedicata alla cultura del vino. A partire - ma è sottinteso - dal Falerno.
Lo abbiamo incontrato telefonicamente, pregustando la serata di venerdì 20 aprile a Cellole e con lui il dialogo si fa subito schietto perché, come ogni buon docente, non ha timore della sintesi e sa come parlare di (e far amare la) cultura. Non solo del vino.
Professor Cotarella, cosa è per lei la “cultura del vino”?
La complessità, ovvero un insieme di elementi e fattori che portano ad amare questo prodotto. In primo luogo la conoscenza: come, dove e perché nasce. Poi passione e tradizione.
La tradizione senza la conoscenza è assolutamente insufficiente. Per diventare acculturati, bisogna essere appassionati e a conoscenza dei fenomeni biologici, chimici, fisici, naturali che intervengono. Innanzitutto per il piacere di conoscerli, non per snaturarli. Il vino è infatti uno dei pochi prodotti in cui intervengono numerose scelte e il suo fascino è dovuto anche alla scoperta che se ne fa di anno in anno.
Il Falerno è stato nel Novecento una storia familiare, oggi ridiventata territoriale come di fatto era in origine. Qual è il suo giudizio sulla sua diffusione e quale il suo auspicio per questo vino?
Il Falerno è uno dei vini più antichi d’Italia. Allo stato attuale, è il territorio che marca fortemente il vino. Allo stesso modo, però, contano le persone e le loro storie. Se tutti i territori fossero uguali, non avremo i vantaggi della biodiversità. Lo stesso vale per chi il vino lo fa.
Una domanda banale e onnipresente: ma il vino nasce in vigna o in cantina?
Ha ragione, questa domanda non manca mai nelle interviste. Oggi però la nota positiva è che possiamo cominciare a farne a meno. Ormai sappiamo tutti, ma proprio tutti, che il vino nasce in vigna. Furono gli anni ’60 quelli in cui in cantina avveniva “la rivoluzione”. Ma se Robespierre fosse ancora vivo oggi farebbe ancora l’assalto alla Bastiglia? Anche nel nostro caso, la ghigliottina c’è già stata. Certo, la cantina è importante perché lì possiamo compromettere le caratteristiche dell’uva ma non possiamo inventarci nulla che non sia già potenzialmente presente.
Ad oggi, sono 71 le aziende seguite dal team Cotarella. Come si fa a ottenere da ciascuna il miglior risultato possibile in termini di identità?
Per fortuna non sono solo. Collaborano con me 16 ragazzi, tutti miei ex allievi. In più, spesso, in cantina c’è un mio ex allievo. La risposta possibile è una sola: è necessario che ci sia "feeling".
Lei, che è il "signor Vino", cosa pensi dei tanti blogger e critici enologici sparsi nel Belpaese? Cosa vorrebbe dire loro?
I blog sono importanti perché diffondono, se non la cultura, almeno la curiosità per il vino. Suggerirei però di non essere “talebani”: il vino non è un bene estremo, si presta a tutti gli apprezzamenti possibili. Non amo uno schieramento troppo marcato nei confronti di un vino o di una cantina: se non è piaciuta un’annata o una produzione, non è detto che non ci si possa ricredere.
Esiste il vino perfetto?
Il vino non è un discorso oggettivo. Che noia se lo fosse! Un vino può anche essere buono per tutti, o quasi tutti ma i sensi si esprimono sempre con soggettività e perciò lo si può descrivere anche senza portarlo sugli altari o rivoltarlo nella cenere. È come una donna: una bella donna può piacere a tutti. Ma c’è chi ama le bionde, chi le more... Leggi 0 Commenti... >> |